Meta, la società madre di Facebook, è al centro di una causa miliardaria in Kenya: il tribunale dell’Alta Corte di Nairobi ha dato il via libera all’azione legale promossa da due cittadini etiopi, che accusano il colosso statunitense di aver alimentato l’odio e la violenza nel loro Paese. La richiesta di risarcimento è pari a 1,8 miliardi di sterline (circa 2,4 miliardi di dollari), e mira anche a ottenere modifiche all’algoritmo del social network.
La causa, sostenuta da organizzazioni non profit come Foxglove e Amnesty International, si basa su una vicenda tragica: Meareg Amare Abrha, professore universitario etiope, è stato assassinato dopo che il suo indirizzo e contenuti minacciosi erano stati diffusi su Facebook durante la guerra civile in Etiopia. Suo figlio, Abrham Meareg, è uno dei promotori dell’azione legale. “È vergognoso che Meta sostenga di non dover rispondere alla legge in Kenya. Le vite africane contano”, ha dichiarato.
L’altro promotore è Fisseha Tekle, ex ricercatore di Amnesty, costretto a lasciare il Paese dopo ripetute minacce ricevute proprio sulla piattaforma. Tekle ha commentato: “Meta non può annullare i danni già fatti, ma può cambiare radicalmente il modo in cui modera i contenuti pericolosi”. A unirsi all’azione legale anche il Katiba Institute, ONG keniana che si occupa di diritti costituzionali.
Nel 2022 un’inchiesta del Bureau of Investigative Journalism aveva evidenziato come Facebook consentisse la diffusione di contenuti d’odio e disinformazione, pur consapevole del rischio di alimentare i conflitti nella regione del Tigray. Nonostante le promesse di miglioramento, lo scorso gennaio Meta ha annunciato il taglio dei fact-checker e una significativa riduzione della moderazione, limitandosi a intervenire solo nei casi più gravi.
Il tribunale kenyano ha rigettato la tesi di Meta, secondo cui il Kenya non avrebbe giurisdizione sulla vicenda, aprendo così la strada a un processo che potrebbe avere implicazioni globali per la responsabilità delle piattaforme digitali.
La società statunitense, al momento, non ha rilasciato commenti ufficiali, limitandosi a ribadire che non si esprime su cause legali in corso. Ma il caso rischia di segnare un precedente rilevante per la regolamentazione delle Big Tech nei Paesi africani e per la tutela dei diritti umani nel digitale.